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Il caro vita nella tazzina porta il caffè a 1,40 euro: «Per bollette e affitti»

Dai dati del ministero a Bologna un rincaro del 24% in 5 anni dovuto a materie prime, logistica, personale e costi di gestione

«La gente si dimentica di cosa c’è dietro a quel semplice gesto. Dietro a una tazzina di caffè c’è un mondo: la cura della filiera, il lavoro dei coltivatori, la maestria della tostatura e il servizio di chi ti accoglie ogni mattina. Ridurre tutto a pochi centesimi fa male al nostro settore». Le parole di Emanuela Villani, dal banco del Bistrot Le Torri di via Larga, spostano il focus del dibattito sul caro caffè innescato dallo studio del Centro di formazione e ricerca sui consumi, realizzato con Assoutenti sulla base dei dati del ministero delle Imprese e del Made in Italy.

L’analisi, che diventa una sorta di espresso index per misurare il caro vita nella tazzina, dice che in Italia il prezzo medio si attesta oggi a 1,29 euro, con un aumento del 24,2% rispetto al 2021 (circa 25 centesimi in più in cinque anni). Sotto i portici, l’idea che la tazzina debba rimanere economica si scontra con rincari e costi di gestione «inevitabili», come dicono in coro le associazioni di categoria, Fipe-Confcommercio e Confesercenti. Ogni ritocco al listino solleva discussioni, trasformando l’abitudine dell’espresso in argomento di bilancio domestico. A Bologna l’asticella ha da tempo superato la media nazionale: la quota base oscilla tra 1,40 e 1,50 euro, toccando 1,70 euro nei bar più rinomati (come Aroma in Portanova) e nelle torrefazioni di altissima qualità come Terzi, fino a toccare punte più alte per le miscele più ricercate: in città, secondo lo studio del ministero il rincaro è di 25 centesimi rispetto al 2021.

«Incolpare i baristi di pura speculazione significa però guardare solo la superficie», dicono da Ascom. «I margini degli esercenti si sono assottigliati, subiamo l’impatto dei cambiamenti climatici in Brasile e Vietnam sul prezzo del chicco verde, con l’effetto congiunto di trasporti alle stelle e impennata dei costi fissi di gestione come affitti, energia e personale». In linea è Alberto Aitini di Confesercenti: «Gli esercenti stanno facendo uno sforzo enorme per assorbire la gran parte dei rincari della materia prima, evitando così di stangare le famiglie». La mappa a Bologna è varia. Zanarini ha ritoccato l’espresso a 1,70 euro lo scorso marzo. Un listino allineato a quello adottato a fine giugno da Manuel Terzi in via Oberdan. «Ci troviamo in un mercato deformato dalle mode e da un turnover esasperato del personale che appesantisce la gestione di chi, come noi, sceglie di investire sulla tostatura fresca quotidiana e sulla massima cura del prodotto».

Eppure, il nostro Paese è tra i meno cari, spiegano. «L’Italia è l’unico posto al mondo dove l’espresso costa meno di 2 euro», dice Alban Alla (Famiglia 051). Nel suo locale, il Roxy Bar, l’espresso costa 1,30 euro al banco («Non abbiamo intenzione di rialzare»), come al Barazzo al Pratello. Doppio standard per Renato Lideo: se al Bar Vittorio con vista San Petronio il prezzo è di 1,40 euro, alla Linea in piazza Re Enzo la tazzina resta ferma a 1. «Quel bar deve rimanere un punto di ritrovo democratico e accessibile». Un’impostazione comune per La Scuderia in piazza Verdi, che garantisce il caffè a 1 euro per gli studenti universitari (1,20 per gli esterni), per il De’ Marchi in piazza San Francesco e la bottega Gianni Vini in via Venturini.

Nel mezzo si muove chi cerca di contenere gli aumenti con piccoli passi. Il Caffè Piccolo e Sublime, dopo aver difeso l’euro fino a luglio, ad agosto si è assestato a 1,20 euro, mentre la fascia tra 1,40 e 1,50 euro è presidiata dal nuovo Amali in via Stalingrado e dai locali del gruppo Il Principe (quattro bar, 2mila tazzine al giorno), il cui titolare, Alessio Ciaffi è anche presidente Fipe-Bar. «Una città di cultura gastronomica come Bologna dovrebbe puntare a valorizzare la qualità del turista che cerca la cura del prodotto anziché inseguire la quantità dei flussi».

di s. c., La Repubblica Bologna, 27 agosto 2026

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