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L’annus horribilis di bar e ristoranti il conto del virus costa 3,3 miliardi

Meno 3,3 miliardi del 2018: circa il 41,5% di bar e ristoranti emiliano-romagnoli andato in fumo. All’alba del 2021 e con l’incertezza su quello che succederà da lunedì, il centro studi di Fipe-Confcommercio presenta il primo conto dei danni del 2020

E lancia l’allarme sul rischio di usura, in un settore che a livello regionale impiega circa 100mila persone. «Gli ultimi mesi dell’anno per le città, esclusa la riviera, rappresentano il 15-20% del fatturato annuo – dice il presidente regionale Fipe Matteo Musacci – ma a dicembre chi ha un ristorante ha lavorato quasi esclusivamente il sabato e la domenica. Il grosso dei danni lo capiremo a fine gennaio, quando la Camera di Commercio ci fornirà i dati dell’ultimo trimestre 2020, ma io vedo già molte vetrine chiuse in giro». I ristori arrivati finora sono due: quelli del primo lockdown, che si basavano sul fatturato perso in aprile e quello erogati in autunno, pari al 200% del ristoro già ricevuto. All’appello mancano ancora il ristoro promesso a dicembre, pari al 100% di quello di aprile, e i 21 milioni messi sul piatto dalla Regione.

«Il bando – dice Musacci– aprirà il 18 gennaio e sarà gestito dalle Camere di Commercio: ai titolari basterà dimostrare di aver subito un calo di fatturato de120%, quindi tutti faranno domanda. Abbiamo calcolato che sono circa 20mila le imprese interessate, quindi il contributo dovrebbe aggirarsi a 1500 euro a pubblico esercizio».

Per avere un’idea, chiosa il presidente Fipe: «Io tra quello che ho ricevuto e quello che riceverò coprirò più o meno il 20-25% della mia perdita». Cifre che possono bastare per le aziende famigliari proprietarie di muri, per chi ha i conti in regola e non ha debiti pregressi, ma per chi ha molti dipendenti e un canone pesante sulle spalle la coperta rischia di diventare corta. E l’incertezza delle prossime settimane pericolosa. «È una crisi che investe tutti – prosegue – dai più piccoli ai grandi chef stellati, che spesso basavano i propri bilanci su una clientela di turisti e appassionati provenienti anche dall’estero». Poi c’è il problema dei codici Ateco in base ai quali vengono erogati i ristori: un bar che serve cornetti e cappuccini, solo per fare un esempio, ha lo stesso codice di un cocktail bar aperto solo la sera, sul quale il coprifuoco, volente o nolente, pesa di più. E se per adesso i dipendenti sono tutelati dal blocco dei licenziamenti prorogato fino a marzo e dalla cassa integrazione, c’è da chiedersi quanti contratti a tempo determinato già non sono stati rinnovati.

E la cassa integrazione quanto copre, davvero? «La mia impresa è basata sui dipendenti – dice Musacci – e l’ultima cassa integrazione che hanno ricevuto è stata quella di ottobre. A gennaio la paura è che hanno, e che ho, è che non avranno più neanche quei due giorni alla settimana in cui li facevo lavorare a stipendio pieno. E questo per loro è un danno enorme perché per come sono fatti i contratti del nostro settore una parte viene dall’integrazione del proprio livello fatta dal datore di lavoro, ovviamente in busta, non in nero. Ma la cassa arriva solo sullo stipendio base»..

Caterina Giusberti, la Repubblica 7 gennaio 2021
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