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La guerra può costare 1000 euro a famiglia in due anni

A lanciare l’allarme è Confcommercio al Forum annuale della Confederazione

La guerra in Medio Oriente torna a spaventare l’economia italiana e riporta al centro il nodo energia. A lanciare l’allarme è Confcommercio, che nello scenario peggiore vede la crescita del Pil ridursi allo 0,3% nel 2026 e allo 0,4% nel 2027, contro un aumento che senza conflitto sarebbe stato vicino all”1% già quest‘ anno. Il conto più pesante, però, rischia di arrivare sulle famiglie: con il petrolio stabile attorno ai 100 dollari fino a febbraio
2027, la perdita di potere d’acquisto e di consumi reali potrebbe sfiorare i mille euro in due anni, 963 euro per l’esattezza.
L’allarme lanciato dal presidente Carlo Sangalli al Forum annuale della Confederazione ha il tono dell’’emergenza. «Le crisi internazionali aggravano i nostri problemi. C’è bisogno di una nuova capacita di reazione», ha detto, evocando «il rischio di nuovi gravi choc energetici e pesantissime ripercussioni economiche». Anche nell’ipotesi di un conflitto breve, il danno resterebbe significativo: 434 euro in meno per famiglia rispetto a uno scenario senza guerra, con una crescita che si fermerebbe allo 0,6% nel 2026 e allo 0,7% nel 2027. Il quadro è reso ancora più cupo dall’indagine della Banca d’ltalia, che registra «un marca marcato deterioramento delle valutazioni delle imprese sull’evoluzione del quadro macroeconomico». I giudizi peggiorano in tutti i settori e pesano soprattutto il rincaro delle materie prime energetiche e l’incertezza economica e politica. E il segnale
che il conflitto non agisce solo sui mercati, ma entra già nelle aspettative di imprese e operatori.
Sangalli lega la fragilità congiunturale ai nodi strutturali italiani: fisco, lavoro, competenze e qualità della contrattazione. E proprio sul lavoro povero chiede al governo una linea condivisa. «<Abbiamo registrato un maggior interesse del governo a dare giustamente una risposta al lavoro povero», osserva, perché «si è finalmente compreso che il fenomeno del dumping & una vera piaga sociale». Ma avverte anche che serve un «confronto urgente» e non «interventi unilaterali, calati dall’alto». Nel terziario, secondo Confcommercio, sono 154 mila i lavoratori coinvolti nel dumping contrattuale, con retribuzioni inferiori fino a 8 mila euro l’anno rispetto ai contratti più rappresentativi.
Per i conti pubblici il costo è stimato in circa 560 milioni di mancato gettito. Per questo, accanto all’emergenza internazionale, il messaggio delle imprese è netto: senza riforme vere, il rischio è che allo choc del Golfo si sommi un altro decennio di stagnazione italiana.

Claudia Marin, QN – 15 aprile 2026

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