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Coronavirus, Medicina libera dal virus. I locali hanno riaperto

Dove una volta c’erano i posti di blocco, adesso la gente torna a muoversi, i ristoranti hanno riaperto, basta andare all’Osteria di Medicina.

Benvenuti a Medicina, la terra guarita. Da zona rossa – nove chilometri quadrati dal centro alla frazione di Ganzanigo, nella Bassa fatta di imprese, campi di cipolla e balloni appoggiati sulla linea indecisa dell’orizzonte tra Bologna e la Bassa Romagna – a città Covid-free.

Il virus qui s’era accanito, «una tempesta perfetta» dice oggi il direttore dell’Ausl di Imola, Andrea Rossi: 28 morti, 180 casi e 100 ricoverati in un quadrato da 10mila persone. Era il famoso focolaio della bocciofila e del centro sociale, della corale e dei contatti familiari: da una polentata e dalle partite a carte s’era scatenato un carosello di morti e paura. L’altro giorno, però, l’ultimo negativizzato: un uomo che aveva avuto contatti con un parente positivo. Fine dei giochi, il contagio (per ora) è azzerato.

Il destino nel nome, era una storia già scritta: novecento anni fa Medicina prendeva il suo appellativo grazie alla miracolosa guarigione dell’Imperatore Federico I di Svevia. Perché il Barbarossa, di passaggio in Emilia, si rimise da una lunga malattia grazie a un brodo in cui cadde, per caso, una serpe. E quest’anno salterà la trentesima edizione della rievocazione storica del Barbarossa, una delle più importanti della regione. Ma almeno qui a Medicina, dove una volta c’erano i posti di blocco, adesso sono spuntati cantieri.

La gente torna a muoversi, i camion pure, i ristoranti come Gio Vanna continuano con le consegne ma sono tornati a regime, i negozi e locali hanno riaperto. Basta andare all’Osteria di Medicina, vicino al Municipio: «Abbiamo subito dato suolo pubblico alle attività e cercato di gestire le nuove regole in maniera non penalizzante – dice il sindaco Matteo Montanari, da mesi in prima linea –. La battaglia non è finita, ma bisognava ripartire subito ed è fondamentale aiutare i negozi e le altre attività che hanno sofferto».

Sotto i portici di via Libertà, spina dorsale di Medicina, si gira ancora in mascherina, ma l’obbligo presto cadrà. Pochi metri più avanti c’è un altro dehors nato dopo l’emergenza Coronavirus, quello dell’Amâur. Dario Panzacchi, che si muove tra le bottiglie dell’enoteca e i salumi artigianali, stappa un bianco: le tre settimane di chiusura totale sono ancora lì, ma è con l’azione che si cerca di scacciare i nuvoloni. Nel campetto di cemento di via Oberdan qualche ragazzo tira un pallone, ma il tempietto laico dei playground non è stipato come al solito.

A Medicina il basket è una religione e quest’anno salterà per la prima volta dopo 61 anni lo storico Torneo dei bar. Doveva essere il momento del ricordo ufficiale di Francesco Nanni, uno degli storici organizzatori e vicepresidente del Medicivitas epicentro del contagio. Nanni, Luigi Balduini, Oddone Tolomelli, lo ‘zio’ Aurelio Prata e tutti gli altri, uomini e donne di una Spoon River che ha cambiato per sempre le nostre vite.

«Quando penso a Medicina mi commuovo – riavvolge i ricordi Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna –. Il 16 marzo ho preso quella che ritengo la decisione più difficile dei miei anni da presidente. In una notte, d’intesa con prefetto e sindaco, senza dirlo agli abitanti, chiudere una città creando dodici varchi è stato molto complesso. Ma dovevamo proteggere Imola e soprattutto Bologna, un milione di abitanti sarebbero stati a rischio». Quella zona rossa fu decisa direttamente da Bonaccini, dopo giorni di immobilismo del Governo.

Il ministro della Salute Roberto Speranza era, sì, d’accordo; ma la firma non la mise il premier su quell’atto e, proprio per questo, la mancata attivazione del provvedimento a Bergamo e Alzano fa ancora discutere, anche nelle aule di giustizia. «Non puoi aprire un’inchiesta sulle mancate zone rosse e poi non dai tutela ai cittadini delle zone rosse istituite dalla Regione e non dal Governo», resta sul tema il sindaco Montanari.

E ha ragione: mentre i lavoratori delle zone rosse ‘governative’ hanno un’idea chiara del loro status in quei giorni di chiusura forzata, quelli di Medicina (ma anche di Rimini) non conoscono ancora il loro destino: «Insieme con la Regione e i parlamentari abbiamo predisposto un emendamento, ora aspettiamo le commissioni e poi la maggioranza», spiega ancora Montanari.

Una beffa che, qui a Medicina, da settimane fa arrabbiare i cittadini. Rossi, capo dell’azienda sanitaria imolese, ricorda bene il primo caso, il 3 marzo. Da quel momento in avanti l’impennata, passando in pochi giorni da uno a sedici casi ogni ventiquattro ore. Telefonate con la Regione, il professor Pierluigi Viale al Sant’Orsola, le istituzioni.

«A Medicina c’erano molti casi e molti di questi erano gravi, il virus aveva un carico virale molto alto e per questo spiegammo che l’unico modo per fermare il contagio era trasformare Medicina in una città fantasma, come mi disse Viale. C’era una bomba epidemiologica pronta a esplodere», continua Rossi.

Terapia con l’idrossiclorochina, riorganizzazione dei servizi sanitari, modello ‘ciambella col buco’ («Due aree e team divisi dentro e fuori la zona rossa», spiega Rossi), assistenza domiciliare («Quella che poi è stata chiamata a livello nazionale Usca»), tamponi ai contatti dei malati, isolamento fiduciario negli alberghi, messaggi di allerta ai cittadini e test in auto. Così Medicina è guarita.

Valerio Baroncini, Qn, 1 luglio 2020

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