Vittoria, 26 anni, guida l’azienda assieme a papà Francesco. «Tutto iniziò nel 1796 con un negozio nel centro di Bologna. Nel 1878 divenimmo i fornitori ufficiali del re d’Italia»
La storia più dolce di Bologna è racchiusa nella carta luccicante di un cioccolatino e ha attraversato quattro secoli con i complimenti di cardinali, papi, re, capi di Stato. Testimonianze custodite nell’archivio della Majani, stabilimento a Crespellano (Bologna) e sguardo sul mondo, azienda regina nella produzione di cioccolata, con alle spalle 230 anni e nove generazioni della stessa famiglia al lavoro. Nella difficoltà dei ricambi generazionali di oggi, uno staff da Coppa dei campioni. Vittoria Majani, 26 anni, lavora nella Disneyland del cioccolato insieme al padre Francesco, figlio di Anna, la mecenate appassionata di teatro e arte scomparsa nel 2021. Qual è la fotografia della Majani di oggi? «L’azienda nasce nel 1796 come negozio che si chiamava ‘Laboratorio di cose dolci’, nel cuore di Bologna, accanto a Piazza Maggiore. Oggi, nello stabilimento di Crespellano, lavorano 60 dipendenti in maggioranza donne che, con i rinforzi stagionali, arrivano a 90, esportiamo in 48 paesi al mondo, soprattutto in Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone e Corea». Il 1985 è stato un anno di svolta. «Nel 1978 fu costruito l’attuale stabilimento, alle porte di Bologna. Nel 1985 mio padre salvò l’azienda che visse un momento difficile, riacquistando tutte le azioni in precedenza cedute a persone esterne alla famiglia e diventando così l’unico proprietario. Ora la Majani è solida, rispecchia la propria storia e i propri valori». I cioccolatini bolognesi furono apprezzati anche dai re.
«Nel 1878 Majani divenne fornitore ufficiale della Casa Reale dei Savoia che concesse il diritto di esporre lo stemma reale sull’insegna del negozio e nel logo aziendale». Il cioccolatino simbolo della Majani? «Risposta facile: il Cremino Fiat. Viene prodotto in 5 milioni di pezzi l’anno, è il volto del nostro percorso che ha il sapore di mandorle, cacao e zucchero e nocciole». Come nacque il Cremino? «Premetto che abbiamo realizzato il primo cioccolato in forma solida, la scorza, nel 1832. Nel 1911 la Fiat chiese alla Majani di produrre un cioccolatino in 4 strati per lanciare la nascita della Fiat Tipo 4. Ora è diventato un simbolo del Made in Italy». Poi c’è il tortellino al cioccolato. «E’ un omaggio che ci lega a Bologna e deve contribuire a sfatare la convinzione diffusa che i cioccolatini siano piemontesi. Il cioccolato è nato sotto le Due torri. E non è l’unico prodotto dedicato alla città». Cioè? «Due anni fa mio papà Francesco ebbe l’idea di lanciare una linea di cioccolatini dedicata al grande pittore Giorgio Morandi in un connubio di arte e dolcezza. La collezione è ispirata alle celebri nature morte dell’artista di cui mio padre è grande estimatore». Che materie prime utilizzate? «Soprattutto, ma non solo, cacao Criollo che importiamo da Perù, Venezuela e Colombia, ma usiamo anche quello africano e asiatico». Come ci sente a capo di un’azienda che ha 230 anni? «Avverto una grande responsabilità verso la mia famiglia, ma sono molto stimolata da un senso di sfida in un mondo imprenditoriale che ha molti competitor. Sono entrata in azienda in punta di piedi ma ho tante idee da rendere operative.
La Majani ha ancora un grande potenziale da sviluppare». Che rapporto ha con suo papà? «Andiamo molto d’accordo, ma il passaggio generazionale è sempre difficile. Lui è un bravissimo imprenditore ma rispetto a me conserva una visione aziendale tradizionalista, io ho una filosofia più innovativa». Qual è l’aspetto che la rende più orgogliosa? «Constatare che la nostra immagine è radicata nei consumatori con la certezza della qualità più che per uno sforzo comunicativo». Che eredità morale le ha lasciato sua nonna Anna? «E’ sempre stata entusiasta del lavoro. Me la ricordo sempre in camice bianco nello stabilimento, si cambiava appena arrivata e seguiva direttamente la produzione. Mi ha trasmesso un forte senso di positività e di appartenenza all’azienda. Ancora oggi avverto la sua presenza».
Beppe Boni, Il Resto del Carlino – 6 novembre 2026