In Italia 460 mila locali sfitti. Confcommercio chiama i sindaci alla mobilitazione. Il direttore del Centro studi: <<Dove domanda, la manca meglio riconvertire>>
Ad essere maggiormente colpiti sono i piccoli comuni e i borghi rurali. Soggetti A La spopolamento, perdono progressiva- mente i servizi di prossimità. È qui, soprattutto nel Sud Italia, che abbondano le vetrine spente. Negozi di alimentari, edicole, bar e attività che per decenni hanno rappresentato un punto di riferimento per le comunità chiudono i batten- ti, lasciando dietro di sé saracinesche abbassate e locali destinati a rimanere vuoti per anni. È la desertificazione commerciale, un fenomeno che non riguarda soltanto l’economia, ma investe la qualità della vita, la sicurezza e la tenuta sociale dei territori. Un fenomeno di fatto irreversibile, almeno in alcune aree del Paese, secondo Mariano Bella, direttore del Centro studi di Confcommercio. «Parliamo di un fenomeno generalizzato, dovuto anche a un cambiamento della domanda dice Bella. Basti pensare che negli ultimi vent’anni gli acquisti online sono cresciuti fino a raggiungere i 40 miliardi, con una forte dimi- nuzione dei negozi fisici di prossimità. Sbagliato pensare che ciò sia dovuto ai centri commercia- li e alle catene.
C’è un eccesso di offerta rispet- to alla domanda, i nostri commercianti devono virare sulla vendita omnicanale. Le aree rurali si stanno spopolando, con i nostri progetti di rige- nerazione urbana possiamo fare qualcosa ma in tanti altri casi no. Meglio ridurre la burocrazia per agevolare il cambio di destinazione d’uso. L’eccesso di offerta può essere riassorbito tra- sformando i negozi in qualcosa d’altro». Il pro- blema, dunque, non si risolve semplicemente incentivando nuove aperture. In molti territori la domanda non è più sufficiente a sostenere la rete commerciale del passato. La crescita dell’e-com- merce, il calo demografico e lo spostamento dei consumi impongono agli operatori di ripensare i modelli di vendita, integrando negozio fisico e canali digitali. Dove invece il mercato non offre prospettive, la riconversione dei locali può rap- presentare una risposta concreta, evitando che gli immobili rimangano inutilizzati per decenni. I numeri fotografano la portata di questa tra- sformazione. Secondo l’analisi dell’Ufficio stu- di di Confcommercio, realizzata con l’Istituto Tagliacarne, i locali commerciali sfitti in Italia sono ormai circa 460 mila, quasi il 17% del tota- le. Tra il 2012 e il 2025 sono scomparse 156 mila imprese commerciali. La situazione è particolar- mente critica nel Mezzogiorno, dove la quota di immobili vuoti raggiunge il 19,4%, contro il 13,8% del Nord-Est. Nei piccoli comuni rurali o scarsa- mente popolati l’incidenza sale al 18,7%, mentre nelle città grandi e intermedie si attesta intor- no al 16%. Non tutte le attività sono colpite allo stesso modo. Il piccolo commercio non alimen- tare concentra circa 172 mila locali vuoti, mentre bar e ristorazione ne contano quasi 90 mila.
Nei comparti dell’abbigliamento, delle calzature e degli articoli per la casa il tasso di sfitto supera il 20%. Ancora più elevata la quota delle agenzie di viaggio, oltre il 34%, mentre per parrucchieri ed estetisti si avvicina al 23%. Una geografia delle chiusure che riflette il cambiamento dei consu- mi, ma anche la progressiva perdita di residenti e di funzioni economiche in molti territori. A preoccupare sono anche i tempi dello sfitto. Secondo le elaborazioni di Confcommercio, tra il 2012 e il 2023 un locale commerciale è rimasto vuoto mediamente per 7,2 anni. Considerando un canone annuo di circa 16 mila euro, la perdita potenziale raggiunge 116 mila euro per immobi- le. Su scala nazionale significa circa 53 miliardi di euro di affitti non percepiti nell’arco del perio- do considerato, equivalenti a 4,4 miliardi l’anno, lo 0,2% del Pil. Risorse sottratte al circuito eco- nomico, alle quali si aggiungono il degrado degli immobili e l’impoverimento dei quartieri. Ma Confcommercio non si arrende e chiama a raccolta i sindaci di tutta Italia. Il presidente Carlo Sangalli, intervenendo nei giorni scorsi al forum «inCittà di Bari, ha annunciato una mo- bilitazione nazionale per il 16 novembre, quan- do saranno consegnate simbolicamente ai primi cittadini le chiavi dei negozi chiusi. «Le chiavi delle attività che vogliamo riaprire, di quel- le aperte che devono resistere sul mercato e di quelle nuove chiamate a rigenerare i centri ur- bani», ha spiegato Sangalli. Un gesto per richia- mare le amministrazioni locali e il Governo alla necessità di intervenire prima che la desertifica- zione commerciale comprometta ulteriormente la vitalità dei territori. Una strategia che passa attraverso il progetto “Cities”, che considera il commercio di vicinato una vera infrastruttura civica. Un negozio aperto garantisce presenza, relazioni sociali e presidio del territorio. «I nego- zi di vicinato sono la cura dei quartieri svuota- ti», ha sottolineato Sangalli. Da qui la proposta di un piano d’azione territoriale per la prossimità, affidando ai Comuni il coordinamento degli interventi e alle associazioni imprenditoriali il compito di contribuire con la conoscenza delle esigenze locali. Non soltanto contributi alle imprese, quindi, ma politiche per migliorare sicurezza, accessibilità, vivibilità e attrattività dei centri urbani. Al Governo, Confcommercio chiede di istituire un Fondo nazionale destinato ai Comuni che realizzeranno questi piani insieme alle imprese, individuando nella prossima legge di bilancio un’occasione per passare dalle proposte ai fatti. Per Sangalli la desertificazione commerciale «non è una questione corporativa: è un tema di cittadinanza».
Natascia Ronchetti, Italy Post Monitor, 2 novembre 2026