Roma, 28 maggio 2026 – In merito alla notizia di stampa sulla “nuova mappa del rischio evasione”, è doveroso fare una precisazione al fine di evitare di generare un equivoco grave a danno di una categoria seria e strutturata come quella dei concessionari d’auto.
Gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (ISA) si applicano esclusivamente ai contribuenti con ricavi o compensi non superiori a 5.164.569 euro. Tra i quali non rientrano – ne possono rientrare – i concessionari di autoveicoli. Questi, infatti, operano largamente al di sopra di tale soglia: trattandosi di un settore ad alto valore unitario di merce, anche un’attività di dimensioni medie supera abbondantemente tale limite già con poche decine di vetture vendute nell’anno. Pertanto, i soggetti che superano la soglia sono automaticamente esclusi dall’applicazione degli ISA e non rientrano in alcuna “pagella fiscale”.
Quando la notizia cita i “concessionari auto” tra le categorie a rischio evasione, si riferisce in realtà a rivenditori e intermediari di piccole dimensioni — soggetti ben distinti, per struttura, volumi e organizzazione, dalla rete ufficiale dei concessionari. Equiparare queste realtà alla concessionaria strutturata, che opera con contratti di concessione con le case madri, contabilità analitica, revisori, personale dipendente e standard di compliance imposti dal costruttore, è una informazione errata che merita di essere corretta.
I concessionari ufficiali sono nei fatti un presidio di legalità e trasparenza nel mercato automotive: pagano IVA su ogni transazione, tracciano ogni passaggio di proprietà, versano contributi per centinaia di migliaia di dipendenti, operano in un regime di piena visibilità fiscale e portano alle casse dello stato circa 500 milioni all’anno a fronte di investimenti per 4 miliardi. Anziché essere accostati — anche solo per titolo — a fenomeni di evasione, andrebbero riconosciuti come interlocutori affidabili del fisco e sostenuti nelle sfide che il settore sta affrontando: transizione tecnologica, calo dei volumi, pressione normativa europea.
Si auspica quindi che il pubblico sappia distinguere con precisione le platee cui gli strumenti fiscali si rivolgono, evitando generalizzazioni che danneggiano l’immagine di categorie che non solo non evadono, ma contribuiscono in misura rilevante al gettito fiscale del Paese.
Ci rendiamo conto che errori di questo genere nascono da una non corretta differenziazione all’interno dei codici ATECO tra categorie di operatori che sono oggettivamente e profondamente diverse.
Proprio per questo FEDERAUTO chiede da tempo di distinguere le categorie poiché, come dimostra questo caso, si ingenerano errori nella lettura dei fenomeni con ripercussioni sulla distribuzione automobilistica e nei rapporti all’interno della filiera.