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La grande trasformazione delle nostre città: in 13 anni spariti quattromila negozi

Confcommercio: crescono solo farmacie e vendite di hi-tech. Su 1 e-commerce del 76%. Postacchini «Non è una crisi congiunturale: è una trasformazione che cambia le nostre città»

In tredici anni, nelle principali città dell’Emilia-Romagna, sono spariti 4.007 negozi. Non è un’emergenza improvvisa e nemmeno una crisi passeggera. È la fotografia dell’undicesimo Osservatorio Confcommercio sulla demografia d’impresa nelle città italiane. Stando al rapporto, le imprese del commercio al dettaglio nei comuni di Bologna, Cesena, Ferrara, Forlì, Modena, Parma, Piacenza, Ravenna, Reggio Emilia e Rimini sono passate da 17.299 nel 2012 a 13.292 nel 2025, con un calo del 23,2%. Un dato che si inserisce in una tendenza nazionale ancora più grave: 156mi1a punti vendita scomparsi in tutta Italia nello stesso arco di tempo. I settori più colpiti sono le edicole (-57,4% ), quasi dimezzati anche i distributori di carburante (-47,7%). L’abbigliamento e le calzature cedono il 39,3% il commercio ambulante il 33,6% i negozi di mobili e ferramenta il 3296. Perfino librerie e giocattolai segnano un -25,8%. Categorie che un tempo scandivano la vita di quartiere e che adesso devono fare i conti con il calo dei consumi e la concorrenza della grande distribuzione.«Non è una crisi congiunturale: è una trasformazione che cambia le nostre città», avverte Enrico Postacchini, presidente di Confcommercio Emilia-Romagna.

«La desertificazione commerciale non è solo un problema delle imprese: è un problema delle comunità. Dove chiudono i negozi si riduce la vivibilità urbana, cala la sicurezza, si allenta il tessuto sociale». Non tutto arretra. Crescono le farmacie (+18%), così come i negozi di informatica e telecomunicazioni (+18,8%). L’e-commerce, insieme alla vendita porta a porta e ai distributori automatici, registra un balzo di 364 unità complessive, pari a un +76,6%. Nel settore della ristorazione e dell’ospitalità il quadro è più articolato. Il saldo complessivo è positivo: +258 unità tra alberghi, bar e ristoranti. Ma dietro la media si celano dinamiche opposte. I ristoranti crescono del 23,1% (+55o unità), trainati anche dall’espansione turistica. Le strutture ricettive alternative — affittacamere, BeB, case vacanza, residence — registrano un incremento del 200% (+694 unità), specchio fedele del boom degli affitti brevi e delle piattaforme digitali.

Al contrario, i bar perdono 979 unità (-22,1%) e gli alberghi tradizionali 212 (-16,5%).Alla luce di questi dati, Confcommercio ha elaborato una serie di proposte concrete. «Riconoscere le imprese di prossimità come attori del governo urbano, integrare urbanistica e programmazione commerciale, costruire osservatori permanenti sui flussi e sul tessuto economico, disciplinare le merceologie nei centri storici, gestire attivamente gli spazi sfitti», spiega Postacchini. Il quadro si fa ancora più netto guardando ai dati 2025 elaborati da Camere di commercio e Unioncamere Emilia Romagna. Le vendite del commercio al dettaglio hanno segnato un -0,3% complessivo, con il non alimentare a -1,4% e l’abbigliamento e accessori addirittura a -2,9%. A crescere sono stati solo gli ipermercati, i supermercati e i grandi magazzini (+3%), mentre la piccola distribuzione — quella da uno a cinque addetti — ha ceduto l’1,4%. Al 31 dicembre 2025 le imprese registrate nel settore sono scese a 40.438, con 1.513 unità in meno rispetto alla fine del 2024.

Giorgio Pirani, Corriere di Bologna – 14 marzo 2026 

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