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Palestre, piscine e regole anti-Covid

Le misure di sicurezza per la stagione indoor. Lezzoni (Prime): «Cinquantamila euro al mese per sanificare»

L’inverno sta arrivando e il modo di fare sport cambia. Dall’esterno, verso l’interno. È un ritorno al chiuso obbligato quello che si profila per gli amanti dello sport bolognese, che potrebbe avere ripercussioni anche psicologiche importanti, portando alcuni ad abbandonare l’attività di base per timore del contagio da Coronavirus. È tenendo presente questa eventualità che società sportive di ogni disciplina, ma anche palestre e piscine al chiuso stanno correndo ai ripari, attrezzandosi in modo da poter garantire ai propri avventori il miglior servizio, unito alla massima percezione di sicurezza sanitaria possibile.

«Per il nuoto libero le regole restano le stesse – illustra Monica Crovetti, responsabile comunicazione per il gruppo piscine Sogese –. Nei nostri impianti al chiuso sono già attivi i percorsi da seguire, corredati da una rafforzata routine di sanificazione di materiali e ambienti». Una routine a cui però ora si aggiungono la corsistica e il nuoto agonistico. «Da ora inizieremo a ragionare su un più rigoroso contingentamento degli accessi in vasca – continua Monica Crovetti –. I numeri varieranno a seconda delle dimensioni delle piscine, ma la regola di base da adottare è quella di rispettare i sette meri quadrati per persona in ogni corsia e i due metri di distanziamento fuori vasca. Per i corsi dedicati ai bambini più piccoli, il rapporto stabilito è di un istruttore ogni cinque bambini, ogni sette per i ragazzi più grandi e agli istruttori sarà concesso il contatto sott’acqua sebbene limitato al minimo indispensabile e saranno comunque dotati di una mascherina in plexiglass trasparente». Tutte le società di nuoto e i gestori di piscine a Bologna «si sono uniformati a queste regole auree, compresa una turnazione dei gruppi negli spogliatoi a distanza di quindici minuti, per non creare assembramenti». Misure minuziose di sicurezza a cui non si aggiungono test sierologici o tamponi obbligatori per accedere. «Il gruppo Sogese conta già su un sistema di tracciamento tramite tessera sanitaria e misurazione di temperatura all’ingresso», conclude la responsabile del Gruppo. Dall’acqua alla terra, con l’irrigidirsi delle temperature si profila anche l’abbandono dell’attività fisica all’aperto, in favore delle palestre. In questo caso, più che le misure di distanziamento da far rispettare spaventa «l’aspetto psicologico», spiega Francesco Lezzoni, amministratore delegato di Prime e Palestre Italiane, gruppo che in città conta cinque centri e circa 14mila iscritti. Gli ambienti chiusi «torneranno a essere frequentati e la sfida sarà trasmettere il messaggio che il rischio zero non esista, ma che le palestre sono pronte per ridurre al minimo le occasioni di pericolo sanitario, grazie a uno sforzo mensile da parte del Gruppo di circa 50mila euro al mese per la sanificazione». A partire dal distanziamento delle macchine (due metri), dai termoscanner all’entrata e i personal trainer come supervisori: «Ci troviamo ad affrontare una nuova situazione. Ma con un approccio psicologico sereno siamo certi di sostenere l’urto, anche economico, che ne consegue. Come Prime abbiamo abolito gli abbonamenti annuali, fornendo solo accordi mensili, così da evitare perdite economiche ai nostri tesserati, dovesse rendersi di nuovo necessario un lockdown. La speranza – conclude Lezzoni – è che la paura non faccia rinunciare allo sport».

di Francesco Zuppiroli, Il Resto del Carlino 3 settembre 2020

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